La pineta di Gabriele D’Annunzio

Nel 1904 e di nuovo nel 1912 Gabriele D’Annunzio, pescarese doc, vi allestì la tragedia pastoria la “Figlia di Iorio”:  da allora la bella pineta a sud della città è soprannominata Pineta Dannunziana. I marinai bizantini, nell’ottavo secolo d.C, quando era ben più estesa, la conoscevano già, perché navigando lungo quel tratto di costa  – diretti o ritorno da Ravenna -, vi si rifugiavano in caso di tempesta. È detta anche Pineta D’Avalos o Parco D’Avalos, dal nome della famiglia che possedeva il marchesato di Pescara, al tempo dei Borboni. Ridotta oggi a 53 ettari, di cui solo 35 appartenenti alla selva originaria, dal 2000 è diventata area protetta, con il nome Riserva Naturale di Interesse Provinciale Pineta Dannunziana.

È un luogo meraviglioso, dove è possibile osservare le trasformazioni dell’ambiente avvenute nel corso dei millenni. Un’occasione unica per osservare la ricchezza e varietà della vegetazione e i suoi cambiamenti man mano che dalla spiaggia ci si addentra verso l’interno: dai canneti su terreno salmastro alla gariga a base di cisti, ginestrino e zafferanetto sulle dune e retrodune, alla pineta dal ricco sottobosco mediterraneo, al bosco di sclerofille mediterranee e al lago d’acqua dolce. Se siete in zona, andate a visitarla, ben muniti di antizanzare, sennò progreammate la visita per la prossima primavera, quando la vegetazione mediterranea sarà maggiormente in fiore. Intanto, per saperne di più a riguardo degli aspetti botanici, consultate Riserva Naturale di Interesse Provinciale Pineta Dannunziana.

Una curiosità: D’Annunzio amava recarsi subito nella pineta della sua città di origine, non appena vi tornava, tuttavia la sua celebre poesia “La pioggia nel pineto”, per quanto sicuramente influenzata dai tali ricordi, è ambientata in un bosco della Versilia. È da sempre una delle mie poesie preferite (per quanto non ami D’Annunzio), probabilmente prorpio perché ispirata dalla natura. Ve la trascrivo, sperando di farvi piacere.

GABRIELE D’ANNUNZIO, La pioggia nel pineto (Alcyone, 1902-03).

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

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