Diospyros lotus, insolito ma non raro

 

Sempre visitando l’Orto botanico dell’Università  di Vienna, lo scorso novembre, mi sono imbattuta in un alberello carico di piccoli frutti, simili a cachi in miniatura: e infatti, si trattava di Diospyrus lotus, detto loto, ma anche albero di Sant’Andrea. Originario delle zone temperate della Cina, dove cresce sulle montagne fino a 1500 metri di altitudine, e dalla quale venne importato in Europa nel 1596 o 1597, è  oggi diffuso allo stato selvatico dalla Turchia fino alla Corea, e in Europa meridionale. In Italia è coltivato a scopo ornamentale e come portainnesto del più celebre kaki da frutto (Diospyros kaki), in virtù della sua maggiore resistenza al freddo – non a caso, nell’Orto Botanico di Vienna, si è ambientato a meraviglia -, ma è facile trovarlo naturalizzato in molte nostre zone, oltre che in tanti nostri parchi e giardini pubblichi, come quello che frequentavo da bambina, a Milano.

Appartenente alla famiglia delle Ebenaceae, Diospyrus lotus è un albero deciduo dal portamento armonico e danzante, che raggiunge i 15 metri di altezza, con tronco dritto e robusto, rami ascendenti, corteccia grigio-bruna. Le foglie sono ellittiche e appuntite, con la pagina superiore lucida e quella inferiore pubescente e chiara. Fra maggio e luglio produce una miriade di piccoli fiori a forma di otre (si dicono “ureceolati”), ai quali, nelle piante femminili (il loto è infatti dioico, cioè porta fiori maschili e femminili su piante diverse), seguono i frutti: sono bacche tondeggianti, grandi quanto una ciliegia, pruinose, dalla buccia e polpa giallo-arancio una volta mature, in novembre. Alcune sono fecondate e contengono i semi, piccoli e reniformi, altrei invece ne sono prive perche’ si formano per partenogenesi, dunque senza fecondazione.

Le bacche sono commestibili e ricche di proteine, zuccheri e vitamina A: all’inizio molto aspre, avvizzendo diventano dolci e gradevoli. Chi le conosce, sa che possono essere mangiate cotte e cosparse di zucchero ed essere utilizzate per preparare una grappa da bere ghiacciata in estate, secondo una vecchia ricetta. Al tempo stesso, poiche’ durano molto sulla pianta, sono una preziosa fonte di nutrimento per gli animali selvatici durante l’inverno.

Il legno possiede buone qualita’, per cui è¨ stato ed è ancora molto apprezzato in falegnameria: del resto, “Diospyros lotus¨ parente stretto dell’ebano (Diospyros ebanum), albero di orgini indomalesi noto proprio per l’ottimo legno.

Significati del nome. Diospyros lotus è stato classificato da Linneo nel 1753, basandosi sui nomi antichi. Quello del genere deriva da due termini greci: ‘dios’ (Dio) e ‘pyrùs’ (frutto), ovvero “frutto degli dei”, “frutto divino”. Quello della specie proviene probabilmente dal greco ‘lotos’ (in latino ‘lotus’), a sua volta derivato da loo (desiderare), utilizzato in antichita’ per indicare diverse piante commestibili e foraggere dal gusto gradito (cifr. Compendio della Flora Italiana, Cesati, Passerini, Gibelli, Milano, 1867-1901, pag. 707). Tra queste, il famoso loto, dei cui frutti si nutriva il popolo dei Lotofagi, nell’Odissea di Omero, secondo alcuni studiosi identificabile proprio in nDispyros lotus. Per altri, tuttavia, l’introduzione di quest’ultimo in Europa solo a fine ‘500 fa dubitare che si possa trattare proprio di questa specie; l’intepretazione oggi piu’ accreditata ritiene che si tratti del giuggiolo di Barberia, o Zizyphus lotus, dai cui frutti si ottiene una bevanda alcolica inebriante.

In Italia il loto viene anche chiamato “albero di Sant’Andrea” e “legno santo”, per la leggenda secondo la quale  questo santo, fratello di S. Pietro, sia stato martirizzato in Grecia su una croce decussata (forma ad X), che sarebbe stata costruita proprio con il legno di questa pianta. Anche in questo caso, è improbabile che a quei tempi la pianta fosse già  diffusa in quei territori, ma in ogni caso da questa credenza è nata la tradizione romana di venderne i frutti, e mangiarli per devozione, il 30 novembre, giorno della festa di Sant’Andrea. Agli amici romani chiedo: si usa ancora oggi?

Perche’ coltivarlo: Perchè è un bell’albero di poco ingrombro facile, robusto, rustico. Perchè predilige i terreni calcarei, purchè ben drenati, diffusi in molte zone italiane, e accetta la mezz’ombra. Perchè oggi è insolito, pur non essendo affatto una rarità . Perchè regala colore in autunno e inverno. E perchè fornirà  cibo prezioso agli uccelli selvatici.

Dove piantarlo. Lo inserirei in un luogo un po’ discosto del giardino, ma visibile da casa. Ama una certa umidita’ nel terreno. Mi raccomando: fate attenzione ad acquistare una pianta femmina!

Come preparare la grappa di loto. Ho trovato la ricetta del liquore aromatizzato con i frutti del loto sul sito del Museo della Grappa , di Bassano, sul quale scoprirete moltissime altre preparazioni alcoliche a base di frutti insospettati: nel tardo autunno, quando i frutti del loto sono maturi, mettetene a macerare due manciate, assieme a un po’ di noce moscata e a un pizzico di zenzero, in un litro di grappa. Una volta filtrato il liquido (purtroppo non viene specificato dopo quanto vada fatto; suggerirei dopo almeno 15-20 giorni, previa refrigerazione ad almeno -4°C), lasciate stagionare per otto mesi, per poi poter consumare il liquore l’estate successiva.

 

 

2 Commenti

  • Magda
    20 Luglio 2018 7:59

    Salve, ho una pianta di Diospyros lotus davanti a casa e la mattina quando i frutti sono ancora verdi (verso luglio) mi sembra che emani un odore molto intenso e sgradevole. E’ possibile sia questa pianta?
    Grazie per una risposta.

    • Margherita Lombardi
      28 Luglio 2018 18:46

      Davvero non saprei! Poi quando maturano passa? Margherita

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